Racconti e storie del passato

In questa sezione vogliamo raccontare e pubblicare quello che riceviamo dai frequentatori “storici” del Comprensorio, per rivivere momenti passati, per non perderli, per conoscere e rispettare cosa è stato fatto.
Grazie a chi ci manderà storie, foto e cartoline!

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Il “peggio “

20h30 di un giovedì di agosto 1958– – Piazza della chiesa –

Ciao,
- ciao, ci siamo tutti?
- Certamente si, tu sei sempre l’ultimo e con il tuo arrivo il gruppo è completo.
- Sei il solito polemico
- Si però è la verità.
- che facciamo?
- andiamo alla Croce dei Cardini.
- no, troppo distante… ci siamo andati ieri, cambiamo un poco, tra due ore e mezza, al termine di “lascia o raddoppia” dobbiamo nuovamente essere qui propongo di andare alla Roccia dell’Aquila, a salutare gli amici di Roburent

Fu così che, molto democraticamente, si formarono due gruppi io facevo parte del più numeroso diretto alla Roccia dell’aquila con Annamaria, Marisa, Luigi, Manuel, Nevio, Tullia, Mario……una quindicina in tutto
Ci avviammo dunque muniti di torce elettriche con le quali avremmo salutato i nostri coetanei che sovente si radunavano ai piedi della torre saracena di Roburent (così conosciuta anche se di epoca molto posteriore risale infatti al 1200 circa mentre le incursioni saracene sono del periodo 900/975) Faceva parte del gruppo di Roburent o un boy-scout o un ufficiale della marina o un radioamatore, non lo abbiamo mai saputo, con il quale comunicavo via segnali morse poche parole di saluti. Era un rituale che ogni qualvolta ci trovavamo di sera inoltrata sulla roccia provavamo a mettere in atto, sovente con risposta altre volte senza alcun esito per assenza degli interlocutori.
Si passava il tempo godendoci il fresco e il bel panorama discorrendo di un po’ di tutto, progettando nuove gite, un pic-nic o una ricerca di “bulè”, si scherzava, urlavamo parole e brevi frasi verso Roburent e ne attendevamo l’eco, i più maliziosi erano soliti gridare “…cosa ne faccio di questa fan-ciullaaa? e, alla risposta “…ciulla” nuove sonore risate, si cantava e Nevio con la sua armonica a bocca cercava di accompagnare le nostre stonatissime note, trascorrevamo cosi due orette in piena allegria e spensieratezza e poi si ritornava a casa.
Eccezionalmente il giovedì, grazie alla trasmissione televisiva di Mike Bongiorno avevamo il permesso di “libera uscita” fino alle 23.00 fu così che verso le 22 e 30 riprendemmo il cammino di ritorno quasi in fila indiana lungo lo stretto sentiero giungendo in perfetto orario in piazza dove ci attendeva ansiosamente la madre di Marisa.
- Dove è mia figlia?,
ci guardammo attorno ed effettivamente né Marisa né Mario erano con noi, lungo il cammino illuminato solo dalla luna, nessuno si era accorto della loro mancanza nel gruppo.
Concitatamente la madre iniziò subito una piccola inchiesta
- Con chi era Marisa
- Con Mario
- quello stangone, bruttu e antepateghu?
- si proprio lui, stangone si ma brutto e antipatico non direi
-si e anche maleducato.. andate a cercarla e portatemela subito qui!, ha solo 18 anni non vorrei che fosse successo il “peggio”
Pronunciò questa parola a denti stretti lasciando trapelare tutta la sua rabbia e preoccupazione
.
Tutti noi, ragazze escluse, tornammo correndo sui nostri passi e, subito dopo il Cimitero nei pressi dei Saviot scorgemmo in lontananza due figure che parevano strettamente abbracciate l’una all’altra l’oscurità non ci permetteva di vedere di più. Solo quando fummo a pochi passi vedemmo Mario che, con un braccio attorno al collo di Marisa e con la gamba destra sollevata avanzava a piccoli balzi, lei con un braccio attorno alla vita del malcapitato cercava di aiutarlo per quanto possibile nel suo difficile camminare.
Ci spiegarono che scendendo dalla roccia Mario era scivolato malamente procurandosi una bella ferita al polpaccio destro, un dolore violento che dalla caviglia risaliva fino al ginocchio ed un notevole gonfiore .
Avevano cercato di chiamarci ma il nostro vociare non ci aveva permesso di udirli.
Ci caricammo il malcapitato sulle spalle e giungemmo così in piazza dove la piccola folla uscita dal locale TV a pian terreno dell’albergo Nazionale si era radunata attorno alla madre di Marisa cercando di calmarla.
Sentendoci arrivare corse subito incontro alla figlia baciandola e abbracciandola strettamente
_ Cosa è successo?
- niente, Mario è scivolato e si è fatto male alla gamba destra, tutto qua

Un dottore presente, anch’egli villeggiante, fattolo sdraiare sul tavolo diagnosticò una sospetta brutta frattura alla tibia consigliando l’indomani di portarlo al pronto soccorso di Mondovì per sottoporlo ad una radiografia
.
Fu solo allora che la madre, certa dell’accaduto, alzando gli occhi e le braccia al cielo disse ad alta voce:

Dio mio ti ringrazio, domani accenderò un cero in chiesa.: una gamba rotta in due mesi torna come prima se fosse invece successo il “peggio”, povera figlia mia avrebbe portato la ferita per tutta la vita! . Non oso pensarci.

E, presala sottobraccio, a testa alta si avviò verso casa

Da quella sera il verbo “PEGGIARE” (fare il peggio) subito coniato dalla nostra fervida fantasia assunse un ben preciso significato

1958 – Dolina di San Salvatore –

E ritorna Giannardo…

La sfida che non potevamo perdere.

Con “quelli” di Sant’Anna avevamo poche occasioni di incontro: la festa dei Santi Patroni: Sant’Anna (25 luglio) e San Giacomo (26 luglio) quando ci recavamo nei rispettivi paesi per evadere un pochino, per assistere alla processione e vedere le poche bancarelle allestite sulla piazza oppure per una partita a bocce dinanzi al Nazionale.
Erano incontri – scontri ricchi di sfottò e tentativi di essere gli uni superiori agli altri. Se uno di noi aveva trovato un porcino da 1 Kg. “quelli”, statevene certi, ne avevano trovato uno da 1,2 Kg. Se “quelli” erano andati fino in vetta al Mongioie, noi certamente eravamo stati sul Marguareis e così via, un continuo battagliare per dimostrare di essere i migliori.
L’unica cosa sulla quale eravamo superiori noi: l’altitudine del paese, 1010 t. San Giacomo 980 Sant’Anna e l’altezza del campanile dove noi primeggiavamo “…ma questo non è dovuto alla vostra bravura…, solo una fortunata coincidenza…….”
Era anche questo un sistema per trascorrere pomeriggi a volte noiosi e privi di iniziative.
Fu durante uno di questi incontri che ci venne l’idea della grande Sfida. Chi dei due gruppi fosse arrivato primo al Rifugio Balma ai piedi del Mondolè avrebbe gustato una ricca polenta annaffiata con una bella bottiglia di barbera e per finire il caffè, il tutto a carico dei perdenti. Per noi giovani erano soldini ma soprattutto ne andava del nostro onore e della credibilità con le ragazzine. .
Ci accorgemmo subito che era meglio controbattere su ipotetici primati anziché sfidarci faccia a faccia ma ormai “alea iacta est” decidemmo quindi di incontrarci il sabato successivo sulla piazza della Chiesa di San Anna, oggi piazza Ansaldi, e dare inizio alla gara fino al Rifugio di Allegro.

Ci ritrovammo puntuali alle ore o8.00 come convenuto: Mario, Federico, il sottoscritto e “quelli” di Sant’Anna. Ribadimmo gli accordi: “ Gli ultimi pagheranno il pranzo ai primi” . In cuor nostro ognuno di noi pensava già, in caso di vittoria, come sfottere gli avversari.

Al via partimmo dunque prima con passo lesto poi sempre più veloce poi correndo giù da via Bersani, percorremmo così circa un centinaio di metri assieme ai nostri avversari, improvvisamente noi svoltammo decisamente a destra e altrettanto velocemente ritornammo sulla statale dove, un centinaio di metri a valle, ci aspettava il nostro “complice” con una sgangheratissima seicento, le portiere aperte e il motore acceso. Ci precipitammo all’interno e subito partimmo con tutta la velocità che la macchina poteva offrici diretti a Corsaglia. Cantavamo….. gridavamo…urlavamo la gioia che ci invadeva
Ma ben presto, giunti poco prima della deviazione per Robresti, Michele arrestò la macchina e col dito ci indicò, in fondo al rettilineo, 3 ragazzi che procedevano a passo veloce, con il pollice teso senza voltarsi per non rallentare la marcia facevano l’autostop alle rare macchine che allora transitavano. “….guarda che disgraziati fanno l’autostop…., lo sapevo io che sono dei disonesti e dei contaballe….” Non c’era però tempo da perdere in recriminazioni, fortunatamente una provvida coperta che copriva i sedili posteriori ci servì per nascondere i nostri corpi, Mario, seduto sul sedile anteriore si tolse rapidamente la vistosa maglia rossa, rimase in canottiera, si calcò fortemente il berretto in testa scivolando sul sedile facendosi piccolo piccolo. La macchina riprese la sua corsa, sorpassammo i camminatori che vedendo la vettura sovraccarica di non si sa bene cosa delusi desistettero dalla richiesta di autostop. l’autista, non si trattenne però dal salutarli clacsonando, era anche questa una presa in giro, “…ecco così imparano…..” Ormai eravamo certi che avremmo vinto la scommessa e la nostra euforia aumentò ancora.

Giungemmo velocemente a Frabosa Soprana dove, salutato Michele che rientrava a Mondovì, presa la seggiovia raggiungemmo la vetta del Monte Moro, proseguimmo sotto il Malanotte, al Prel scherzammo pochi minuti con il margaro seduto di fronte al suo modesto rifugio, allora unica costruzione di quello che sarà poi Prato Nevoso, e riprendemmo la marcia
Camminammo con passo veloce per circa mezz’ora, poi giunti ad una bella curva su uno spiazzo da dove potevamo dominare lo stradone, ci fermammo in attesa degli avversari che non tardarono a farsi vedere. Riprendemmo quindi la marcia sempre attenti a non farci avvicinare troppo mantenendo una discreta distanza a scanso di cattive sorprese. Giungemmo cosi sulla piazzola antistante il rifugio e qui posati gli zaini a terra ci preparammo ad accogliere gli affaticati e ansimanti avversari con sberleffi e pernacchie. Arrivarono infatti circa 15 minuti dopo di noi meravigliati e sorpresi di essere stati superati non sapendo come, dove e quando. Stavamo dunque confabulando e vantandoci dell’impresa quando improvvisamente dal loro gruppetto si staccò Arturo che percorrendo di corsa gli ultimi cinque/sei metri che ci separavano dal rifugio battè più volte e violentemente i palmi delle mani sulla parete del caseggiato ridendo e urlando a squarciagola “….abbiamo vinto…siamo i primi…siamo i più forti….” si gettò a terra alzando le gambe al cielo e rotolandosi sull’erba, felice dell’impresa e dell’idea che aveva avuto… Un silenzio di gelo calò sui nostri volti, in effetti noi eravamo arrivati primi di circa quindici minuti ma non avevamo tagliato il “traguardo”
Rimanemmo così ognuno a difendere la propria posizione poi vinti dalla fame ci avviammo nella sala del rifugio e ordinammo la famosa polenta con la bottiglia di barbera, qualcuno avrebbe poi pagato. Mangiammo, discutemmo, ordinammo anche un pezzo di raschera non compreso della scommessa, ridiscutemmo nuovamente attirando anche l’attenzione del proprietario che, forse divertito o intenerito dalle nostre animate discussioni ci offrì il caffè accolto da un sincero battimano da entrambi i contendenti. Poi, da bravi ragazzi quali in effetti eravamo, che discutevano più per divertimento che per vera animosità giungemmo ad una sentenza salomonica.

Avremmo diviso in parti uguali l’importo.

nelle foto la Balma ieri ed oggi.

Il panettone di Paola P.
Quest’anno, per augurare Buon Natale, voglio regalarvi una favola, o meglio un racconto che mi ha riportato Beniamino,vicino di casa di Margherita.

Natale era passato, nessuno era venuto a mangiare una fetta di panettone con lei, e la scatola era rimasta così come gliel’aveva lasciata Don Ilario, il parroco del paese.
Lei da sola non se la sentiva, le pareva di sprecarlo, ed era questo un lusso che non si voleva concedere. Ora però, forse stava diventando secco, magari nel caffellatte…
Prese con fatica questa decisione, ma, una volta convinta, la delusione: sollevata la scatola, la trovò a sorpresa leggerissima.
Margherita sapeva purtroppo con chi aveva a che fare, i suoi coinquilini da tempo erano i topi che avevano riempito le sue giornate con peripezie di ogni genere. L’inverno passato per esempio era finalmente riuscita a catturarne uno sulla superficie ghiacciata di un secchio d’acqua, rimasto incollato con le zampine.
Ma questa volta si erano di nuovo presi gioco di lei, si erano fatti una bella scorpacciata da Natale all’Epifania, con calma, passando indisturbati da un foro nelle pieghe di cartone alla base della scatola.
Adesso però Margherita sapeva come catturarli, e infatti aspettò che uno entrasse per l’ultima volta a finire il banchetto e, senza indugiare, richiuse la scatola e la portò fuori. Si incamminò con il suo prezioso carico nella stradina verso il paese, pensando dove avrebbe potuto lasciare il malcapitato inquilino.
Come al solito fu il cuore a suggerirle la soluzione.
Lasciò la scatola davanti alla chiesa, lì c’é un crocevia, e lui avrebbe potuto scegliere, se andare verso la montagna, gli abeti e le piste da sci o verso la pianura, il fiume e la città.
Come aveva sempre fatto lei, qualunque strada avesse preso, sarebbe stata comunque quella della libertà.
AUGURI A TUTTI CON IL CUORE
Paola

Il coniglio che visse due volte di Giannardo
una pagina “ingiallita” dei miei trascorsi a San Giacomo
Era l’ultima settimana di vacanza ed eravamo ormai rimasti in pochi: Mario, Piero, due o tre altri dei quali non ricordo il nome e il sottoscritto ultimo della “spensierata combriccola imperiese” (1). Le giornate si erano raccorciate, le prime piogge preannunciavano l’autunno. Erano anche terminate le lunghe chiassose passeggiate nei dintorni, ci limitavamo ad andare nei boschi verso la Roccia dell’aquila laddove ora sorgono le ville del Bricas in cerca di funghi; i nostri discorsi vertevano quasi esclusivamente sull’inizio dell’anno scolastico e sulle materie che avremmo affrontato per me navigazione e astronomia per Piero greco e filosofia ma il tempo trascorreva molto lentamente e monotono, in cuor nostro, anche se non lo avremmo mai confessato, non vedevamo l’ora di tornare a casa.
Desideravamo comunque terminare la stagione con qualcosa di speciale e diverso. Dopo lungo pensare si decise di salutarci e augurarci reciprocamente un arrivederci all’anno successivo al ristorante Italia, l’unico allora a Sangiacomo, dif ronte ad un bel coniglio arrosto. L’idea piacque a tutti e subito ognuno di noi propose un piatto. Naturalmente, per cominciare, un abbondante antipasto con salame, peperoni e bagna cauda, funghi impanati e fritti, a seguire risotto ai funghi, come secondo, il famoso coniglio arrosto specialità della casa e, giusto per gradire, un assaggio di raschera della Balma,per terminare con una gustosa crostata o carabottino come la chiamavano i genovesi, logicamente il tutto annaffiato da una bella bottiglia di barbera..
Trascritto il menù su un foglio di carta ci recammo da Secondo Salvatico proprietario del ristorante per un preventivo. All’udire il prezzo ci guardammo sgomenti negli occhi ma subito con consumata saggezza: “..alla sera è meglio tenerci leggeri, se togliamo il raschera e l’antipasto?….ma anche così era troppo per le nostre tasche, “… sentitemi il vino lo porto io e al posto del carabottino ci accontentiamo di paste secche che compriamo da Maria la panettiera ma neppure cosi, diremmo oggi, la spendig review ce lo avrebbe permesso.
“…Se il coniglio lo portiamo noi quanto ci toglie ancora?” Il proprietario, bravissima e comprensiva persona che ci conosceva ormai da lungo tempo come frequentatori del locale a livello strada, (ora completamente ristrutturato, rialzato e adibito a sala pranzo) che a quei tempi, in inverno veniva utilizzato come magazzino ed in estate come sala TV e, nel periodo ferragostiniano, come balera’ fece un prezzo che, dopo brevissima consultazione, accettammo.
Si trattava ora di fornire il coniglio, ma come fare? “..sentite, vi ricordate ieri quando siamo andati al fiume Corsaglia, dietro la chiesa di San Anna quella casetta con la gabbia dei conigli? Domani sera andiamo ne prendiamo uno e lo portiamo al cuoco. L’idea ci parve ottima, ci salutammo quindi fieri di aver trovato la soluzione dandoci l’appuntamento per l’indomani mattina per un giro di ispezione nel luogo dove, ci saremmo procurati il piatto più importante e più costoso..
La sera stessa, verso le ventuno, con un buio profondo e come veri cospiratori ci avviammo verso il luogo prescelto; uno di noi aveva sotto il braccio una sacco dove avremmo nascosto il povero coniglio.. Giungemmo alle spalle della chiesa di Sant’Anna, imboccammo via Bersani e dopo un centinaio di metri ……. ci avvicinammo alla gabbia dei conigli poco distante dalla casa dei proprietari. Aprire la gabbia fu cosa facilissima fu sufficiente sollevare il gancio arrugginito che fermava la porta e subito i conigli spaventati cominciarono a correre nell’angusto spazio, uno di essi, cercando di fuggire cadde nel sacco aperto. Io, nel frattempo, avevo raccolto nell’orto alcuni pomodori che avevo sistemato nel cappuccio della giacca a vento. Ad un cenno del “capobanda” silenziosamente come eravamo giunti ci allontanammo fieri e orgogliosi di quanto avevamo fatto. Complimentandoci con pacche sulle spalle. La cena era assicurata.
Ritornati sulla provinciale cominciammo a cantare ad alta voce e a scherzare passandoci l’un l’altro il sacco dentro il quale il povero animale si dibatteva sempre più flebilmente, ma subito cominciarono a sorgerei i primi dubbi “….. Chi uccide il coniglio?….. Io no…. io neppure,..lo ucciderà il cuoco chissà quanti ne avrà già soppressi…. Ma, a mano a mano che procedevamo, i nostri canti diventavano sempre più fiochi fino a cessare totalmente, i nostri passi sempre più lenti noi sempre più pensierosi e tristi.
Prima di imboccare il sentiero che si staccava dalla provinciale la “scursa” per Sangiacomo, oggi via Gonnelle, il più sincero tra noi, con enorme sforzo e con la voce rotta da frequenti colpi di tosse ruppe il silenzio :“.. non so se domani potrò essere presente alla cena, mia madre vuole che la aiuti a preparare le valige..” dando così la stura ad altri immediati interventi “ ..veramente a me il coniglio non piace troppo… “ “….e poi come prezzo mi pare esagerato…” “….perché non ci accontentiamo di una torta ? Lo scopo è quello stare in allegria assieme e non quello di mangiare..” “Hai ragione Mario una buona torta, una Coca Cola e chi fuma: una sigaretta”. “ Magnifica idea” troncò corto Piero,”…. riportiamo il coniglio a casa sua..”
A queste parole, che tutti noi attendevamo ma non osavamo proferire, seguì un “BRAVO” collettivo.
Ripercorremmo speditamente il cammino in senso contrario, depositammo il coniglio nella gabbia non senza prima averlo accarezzato con amore, io, tolti i pomodori dal cappuccio li deposi poco distante .
Riprendemmo il cammino e i nostri canti. Le urla di sfogo per un rimorso a lungo represso ci attirarono le ira di chi già dormiva ma noi ancora più forte: “..VIVA I CONIGLI – VIVA LA VITA…” Frasi sconnesse e prive di senso per chi non conosceva il retroscena ma per noi un karma liberatorio.

(1) Giusy V., Manuel P., Annamaria G., Bianca Maria L., Marino S. , Nadia A., Diddi A., Dani V

Da Montaldo…grazie Beppe!
foto della pluriclasse della Scuola Elementare di Montaldo capoluogo , aprile 1960.

Con il maestro Giacomo Briatore, allora sindaco del paese, con tanti amici, con me, anche un compagno oggi famoso.
A voi scoprirlo, ma è molto facile.
Ciao,

Beppe

S.Anna
ciao a tutti mi chiamo Stefano Montefiori e sono sicuramente uno dei più vecchi frequentatori di sant’anna di collarea e san giacomo di roburent visto che la prima volta che misi piede a sant’anna era l’anno 1967 ed io avevo appena 3 anni . volevo ricordare visto che nessuno lo ha mai fatto tutti gli amici del baretto di sant’anna dal proprietario di allora Gustavo a tutti i frequentatori del baretto ragazzi e persone adulte di allora da mio padre Attilio Montefiori che era uno dei principali organizzatori delle manifestazioni boccistiche di sant’anna a tutti coloro che mi conoscono.

Spero che qualcuno abbia delle foto degli anni 70-80-90 che attestino la vita stupenda che c’era una volta al baretto di sant’anna e la moltissima gente che c’era ! purtroppo da quando gustavo e famiglia lasciarono il baretto sant’anna non è più la stessa ! comunque un saluto a tutti e un augurio a tutti gli abitanti di san giacomo e sant’anna.

QUANDO IL MONDO FINIVA A S.GIACOMO
Giuseppe era pronto da mesi,forse da anni.Desiderava viaggiare,gli stavano stretti i suoi quindici anni,in quel paese di montagna,voleva vedere il mare,quello delle cartoline che lo zio mandava da Cannes o da Mandelieu,dove si era stabilito.Prima la scuola,poi i raccolti,un po’ le castagne,un po’ il fieno,ma certi inverni duravano una vita,ogni volta parevano infiniti e ogni volta papa’ diceva:st’an chi ven,l’anno prossimo.

E lui cresceva,era adesso che voleva provare a nuotare,qualche volta aveva provato in Roburentello,ma non poteva tuffarsi,era stretto e poi che freddo!Quell’anno dopo il fieno e le castagne,si decisero:se fossero riusciti a partire prima dei Santi avrebbero passato l’inverno sulla costa e poi-a primavera se ne riparlera’-pensava-se lo zio mi trova un lavoro riamango

.Da giorni non dormiva piu’,i preparativi si facevano febbrili:il carro,le mule,tutto doveva reggere quel viaggio meta’ in montagna meta’ su strade sconnesse.qualche sosta nelle locande per cena,avrebbe avuto tutto il tempo per riposare e per non perdersi poi nulla dell’arrivo in Francia.

I saluti agli amici,i pianti della nonna,le zie,i sacchi di castagne bianche da caricare,la farina di segale,il vino per i conducenti,il pane,il formaggio..Giuseppe era esausto.

Finalmente il convoglio parti’,in piazza tutti a salutare lui che non aveva mai lasciato San Giacomo!Qualche volta alla Croce dei Cardini,per la festa di San Matteo,a Pamparato alla Posta ,a Montaldo dal calzolaio,ma sempre a piedi con soste infinite

.Guardo’ ancora una volta il campanile,e si addormento’,mentre il carro iniziava a sobbalzare,e lui sui sacchi ammucchiati sogno’ il mare.Domi’ cos’ profondamente,tanta era la stanchezza accumulata negli ultimi giorni che gli parve fosse passata un’intera notte e un intero giorno.A S.Anna ,un sobbalzo piu’ forte lo sveglio’ e tutto eccitato Giuseppe urlo’ felice:Viva!Siamo gia’ in Francia!

Paola Prucca

Dai racconti della mamma nata a S.Giacomo

La stella alpina mancante

Come al solito, nel tardo pomeriggio, al ritorno dalle lunghe camminate noi, i “montanari”, ci incontravamo nella piazzetta antistante il “Nazionale” con i “pigri”. Posati a terra gli zaini, seduti attorno al tavolo in pietra ci dilungavamo a raccontare la lunga e faticosa gita: partenza 06.30- Sant’Anna – Corsaglia – Frabosa – seggiovia – rifugio Balma – scarpinata sul Mondolè o Mongioie o….. e ritorno sempre a piedi sul percorso inverso. A mano a mano che procedevano i racconti si arricchivano di particolari maturati nella mente dei più fantasiosi sovente interrotti dai ”….ma valà!!….non contar balle….” : la vipera che si erge minacciando la virilità del malcapitato che, abbassati i pantaloni soddisfa un bisogno fisiologico, terrorizzato e facendo ben attenzione a non muoversi per non irritarla “.. elli avea del cul fatto trombetta…” riuscendo a metterla in fuga….., la marmotta dispettosa che, approfittando di un momento di distrazione, ruba il panino nello zaino, la rocambolesca caduta da un costone roccioso…….

(“Bagni Corsaglia” – estate 1958)
Da sinistra : Fulvio, Bianca, Annamaria, Massimo, ? , Giannardo, Bruna, Piero.

Avevamo 15-18 anni, erano gli anni dei primi innocenti “filarini” fatti per lo più di sguardi, di passeggiate mano nella mano, forse qualche timido bacio a fine stagione, solo i più grandicelli osavano spingersi fino al Bosco delle Fate per cercare attimi di intimità.
Fu al ritorno da una di queste camminate che ……. ( non ricordo il nome), regalò a Nadia cinque stelle alpine. Cinque stelle alpine come cinque le lettere del suo nome.

Sorrisi, guance infiammate; quelle cinque stelle alpine potevano dire nulla e nello stesso tempo significare tante cose. Non mancarono facili allusioni, qualcuno maliziosamente fece osservare che anche la frase “ti amo” come la parola “bacio” erano composte da cinque lettere come cinque erano le stelle alpine, frasi allusive pronunciate ad alta voce che giunsero alle orecchie del padre di Nadia poco distante. Lo conoscevamo come papà geloso e iperprotettivo, che si ostinava caparbiamente a vedere in Nadia la sua bambina e non una signorinella, ma mai avremmo pensato che la obbligasse a disfarsene giustificandosi che erano fiori protetti e lui, come poliziotto, non poteva accettare che proprio sua figlia trasgredisse la legge.
Ci pareva brutto gettarle nella pattumiera e così concordammo che l’indomani saremmo andati al Corsaglia a fare il bagno e in quella occasione Nadia avrebbe buttato i fiori nel torrente.
La soluzione piacque a tutti anche perché era valido motivo per trascorrere un pomeriggio diverso. Giunti dove il torrente forma un mini laghetto, dominato dalla roccia (1) sulla cui sommità una statuetta della Regina Montis Regalis “ A perenne ricordo di grazia ricevuta alle ore 19,30 del 22 maggio A.D. 1949 un devoto pose” e dove successivamente venne murata una targa a memoria della alluvione che colpì pesantemente Corsaglia e la vicina Botteri, nei giorni 5-6-7 novembre 1994, trattenendo a stento le risate, assumendo un’aria il più possibile seria e cantando solennemente in coro “…quel mazzolin di fiori che vien da la montagna…..” esaudimmo la volontà del severo papà.
Distrattamente gettai uno sguardo ai fiori che, trascinati dal turbinio dell’acqua, si allontanavano velocemente , ne contai solo quattro ma non feci alcuna osservazione pensando di aver visto male.
Con le prime piogge e le prime nebbie terminarono le vacanze ed ognuno tornò a casa propria . Passarono molti anni e di Nadia e del suo “ganzo” non seppi più nulla fintantoché presentatomi alla Cassa Marittima di Genova per la visita medica pre-imbarco su una nave della “Villain & Fassio” mi vidi attentamente osservato dalla dottoressa alla quale avevo consegnato il libretto di navigazione per le annotazioni d’ufficio. Senz’altro fui riconosciuto più per l’insolito mio nome che non per la fisionomia. Il mio aspetto, dopo tanti anni, era cambiato; ai tempi di San Giacomo avevo i cappelli a spazzola , ora non più ed inoltre il mento era ornato dalla barba.
–Sei tu il Giannardo di San Giacomo?
-Si sono io e tu chi sei?
- ma….. sono Nadia non mi riconosci…?
Un lungo abbraccio ci portò indietro negli anni, seguirono minuti densi di reciproci ricordi, fu allora che mi venne in mente l’episodio delle stelle alpine e, per soddisfare la curiosità, le chiesi se effettivamente quelle gettate nel torrente erano quattro e non cinque.
- vista molto acuta e attenta come si confà a un buon marinaio…., hai ragione, erano quattro la quinta la nascosi tra le pagine di un libro che ancora conservo. Oggi sono felicemente sposata con ……abbiamo una figlia di tre anni che abbiamo voluto chiamare Stella in ricordo di quel episodio: E’ il nostro tesoro più grande e l’orgoglio del nonno poliziotto.
Grazie Giannardo!

Anno 1956 : ingresso ex miniere Uranio situato a poche centinaia di metri più avanti (verso Cardini) della partenza seggiovia Brick Colmè. La miniera era frequente meta, incuranti delle radiazioni, di nostre ispezioni “speleologiche”. Quando non più redditizia, per sicurezza, l’entrata fu ostruita con terra riportata. La zona è tuttora facilmente riconoscibile..

Anno 1959: Croce sul Monte Alpet, due pezzi di legno incrociati soggetti ad essere distrutti dalla neve quasi ogni inverno e che solo la buona volontà di qualche villeggiante o dei locali rinnovava ad inizio estate
Negli anni immediatamente dopo un gruppo di giovani villeggianti dei quali, purtroppo, non ricordo i nomi, dietro una mia idea e da me fortemente motivati inalzava sul Monte Alpet una Croce in legno alta mt. 2,50.

La Croce benedetta in forma solenne durante la messa domenicale venne, nel primo pomeriggio, portata in processione a piedi dal sagrato della parrocchia di San Giacomo fino in vetta. Alla base veniva murata una targa. (in fondo a destra le mie iniziali V.G). L’episodio venne riportato sul bollettino parrocchiale . Nel 1965 venne posta, sempre a carico dei giovani vlleggianti una seconda targa .

La Croce sul Monte Alpet resistette parecchio tempo ma poi cedendo agli anni venne, a sua volta, sostituita dalla attuale in metallo .

Altre nostre spedizioni “speleologiche” erano dirette alle grotte che si trovano sotto il rione Pianfei all’interno delle quali vennero in seguito posti sismografi a carico dell’Istituto sismografico di Genova.
Ed infine ecco una cartolina del 1957 – Sangiacomo

Grazie, Giannardo!

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S.Anna 1893

ho pensato di inviarvi questa foto tratta dall’album di famiglia.
Si tratta della Scuola Elementare di S. Anna Collarea nel 1897, naturalmente unica pluriclasse, con al centro la maestra Gioconda Robresti Barberis ed in alto a destra, per chi guarda la foto, suo marito, Giuseppe Annibale. Oltre ai miei 2 bisnonni nella foto ci stanno pure mio nonno e suo fratello, mio padrino.
Beppe
Grazie Beppe!

Ancora Giannardo!
Anni 1956 – 1960

Luogo di incontro e socializzazione era lo spiazzo antistante l’Albergo Nazionale ora adibito a parcheggio. Qui si trovavano due tavoli con ripiano in cemento e panche in legno, seduti attorno ai quali chi giocava a scacchi o a monopoli, chi chiaccherava o progettava gite, altri si cimentavano con le a bocce lungo la strada o dietro il Nazionale dove c’era un campo apposito.…
Finalmente, poi, si decideva e tutti assieme in allegria si partiva cantando e scherzando per una passeggiata nelle vicinanze: Serra, Sant’Anna, la Croce dei Cardini, le Rocce dell’Aquila, la chiesetta della Maddalena….…….il giovedì sera tutti a vedere Lascia o Raddoppia nel locale a piano terra del Nazionale altro punto di socializzazione. Come non ricordare il telegiornale del 25 luglio 1956, giorno del tragico affondamento dell’Andrea Doria, vanto e orgoglio della marineria italiana, il locale letteramente invaso dai San Giacomesi e dai villeggianti ad ascoltare e a commentare la triste notizia?
A volte dopo cena, con il chiarore della luna e armati di torce eletriche, ci si spingeva fino alla Rocce dell’Aquila dove, accompagnati dalla chitarra di Nevio, intonavamo i canti più svariati e, protetti dal buio, ci permettevamo canzoni dal doppio significato: i trilli genovesi…”… Se ben che sun piccin ghe l’ho cumme ….. Osteria numero uno parabunzi bunzi ba…..oppure canti alpini..-. Sul cappello sul cappello che noi portiamo…..Su pei monti dove noi andremo….…Erano serate piacevoli, spensierate, allegre …..quanti innocenti amori sono sbocciati complici i magnifici castagni……
Un gruppo di “coraggiosi”, quasi sempre gli stessi cinque o sei, (Giusy, Dani, Manuel, Massimo, Fulvio, il sottoscritto……) organizzava gite impegnative ma sempre a piedi alle quali, a volte, si aggregava un paio di genitori. Partenza da San Giacomo (x) alle 06.30, zaini in spalla e borraccia al fianco, ci dirigevamo lungo la statale non ancora asfaltata fino alle porte di S. .Anna dove, sulla sinistra, si staccava un sentierino che ci conduceva al Corsagliola e poi nuovamente percorrendo la statale e ripidi sentieri, si risaliva fino a Frabosa Soprana da dove, dopo una veloce colazione al bar, si proseguiva verso la seggiovia con partenza alle ore 08.30 che ci conduceva sul Monte Moro, di qui si proseguiva fino al Prel non ancora invaso da turisti, ancora nessuna costruzione, solo qualche “margaro” con i quali, con la scusa di scambiare poche parole, ci si riposava un pochino. Nuovamente in marcia fino alla Balma dove alla fontana riempivamo le borracce e chi non aveva preso il caffè a Frabosa ne approffittava e subito si ripartiva. Difronte a noi il Mondolè. Era lì a portata di mano ma non di piedi ad ogni modo eravamo venuti fino qui e bisognava proseguire. Non si parlava più, la salita era abbastanza impegnativa e conveniva risparmiare il fiato. Sovente, per alleggerirci, nascondevamo gli zaini in un anfratto roccioso, in tasca un pacchettino con le zollette di zucchero che ci daranno forza per l’ultimo tratto. E così si proseguiva sino in vetta. Finalmente il meritato riposo, una mezz’oretta non più e si ridiscendeva perché negli zaini lasciati più a valle c’erano i viveri e lo stomaco reclamava. Si riprendeva quindi il cammino di ritorno .
Nuovamente la Balma, seggiovia, Corsagliola, Sant’ Anna, e verso le 1800 San Giacomo felici e contenti accolti dagli amici che non avevano avuto il coraggio di seguirci. Altre volte la meta erano i laghi Raschera o addirittura il Mongioie o il Saccarello. Andare sull’Alpet era una passeggita che tutti facevamo più volte durante la permanenza estiva. Permanenza che mediamente durava minimo un mese. Arrivare a San Giacomo da Imperia non era semplice. Carichi di valigie si saliva sul treno la mattina presto, a Savona si cambiava treno per Torino, si scendeva a San Michele Mondovì, qui ci attendeva una sbuffante corriera che ci portava in paese attesi da i villeggianti che ci avevano preceduti curiosi di conoscere i nuovi arrivati e salutare eventuali amici dell’anno precedente .
A San Giacomo gli esercizi commerciali erano pochi, ricordo due panettieri, uno in Pianfei e l’altro a fianco dell’attuale panetteria Sarak che a richiesta fungeva pure da taxista, un macellaio, un tabacchino, un verduriere
Ricordo la gentilezza degli autisti delle corriere ai quali affidavamo piccole commissioni: l’acquisto a San Michele di una scatola di aspirine, un digestivo, un rullino per la Kodak… o altri piccole cose introvabili a San Giacomo.
(x) allora Sangiacomo si scriveva San Giacomo o S. Giacomo

Come eravamo nel 1956...

Ragazzate
(sempre Giannardo)

Confesso solo oggi una marachella che a distanza di oltre 50 anni spero sia caduta in prescrizione e non sia più perseguibile, d’altronde penso abbia portato dei piccoli vantaggi alla viabilità San Giacomina quindi, oggi, meritevole di elogio e non di sanzione .

10 agosto, San Lorenzo, una serata stupenda e un cielo meravigliosamente limpido, potevamo trascurare di osservare le stelle cadenti? Certamente no così il solito gruppo 15-20 tra ragazzi e ragazze radunato attorno al tavolo difronte il Nazionale decise di godersi lo spettacolo sotto la Croce dei Cardini e di affidare alle stelle segreti desideri

Era la fine degli anni ’50, il turismo a San Giacomo si stava lentamente sviluppando, già si parlava di terme, di campi da sci…. le strade ancora in terra battuta necessitavano di manutenzione e di essere allargate per permettere uno scorrimento veicolare più agevole. Durante il giorno tecnici dell’ANAS avevano posto lungo la strada San Giacomo – Cardini paletti in legno dove l’indomani mattina sarebbero intervenuti gli operai con le ruspe per rimuovere la terra.

Come al solito ci avviammo cantando e scherzando lungo il percorso, poco prima dell’innesto di via Saviot con la provinciale, ci imbattemmo in una curva sulla destra quasi a gomito dove i paletti disegnavano il futuro tracciato. Ci bastò un’occhiata, un gesto e senza proferire verbo alcuni di noi accompagnati dalle sonore risate dei compagni che non avevano preso parte perché intenti a “curare i loro interessi” con le ragazze, si precipitarono sui paletti e velocemente li spostarono verso monte di circa un metro.
Fu senz’altro un lavoro fatto ad arte perché al mattino quando, curiosi, ci ripresentammo sul posto a vedere l’effetto del nostro raid notturno notammo solerti operai che avevano già iniziato il lavoro come noi lo avevamo marcato.

La scoperta che la nostra bravata non era stata rilevata, subito ci inorgoglì, poi però scese in tutti noi la tremenda paura di essere scoperti, soprattutto temevamo le ire del proprietario del terreno caso mai si fosse accorto dell’involontario furto da parte dell’Anas commesso per colpa di alcuni “buontemponi” Fortunatamente tutto filò liscio, nessuno si accorse di nulla ed oggi possiamo ammirare la magnifica curva partorita in una notte speciale con la silente complicità delle stelle cadenti. Una nascita certamente fortunata che sarà di buon auspicio al turismo di San Giacomo.

E ancora Giannardo!!!
Noi che….nei primi anni ’50 trascorrevamo le vacanze estive a San Giacomo fermandoci almeno un mese e molti anche due, noi che …ci conoscevamo tutti per nome, noi che…eravamo ospiti di un piccolo paese che ci accoglieva con il negozio del tabaccaio (attuale via Santa Anna civico 79) vicino al vecchio negozio di alimentari Ferreri snodandosi poi verso i Cardini fino alle case Manera, noi che…ci dissetavamo alla bella fontana piramidale in pietra che con una panchina in ferro arredava quella che ancor oggi viene pomposamente indicata, come da insegna “Piazza Maria Astengo Giansana – Benefattrice del Paese 1904 – 1955“ . Fontana frequentatissima dai villeggianti e dalla quale sgorgava, reclamizzata da un vistoso cartello triangolare in lamiera verde, la famosa acqua radioattiva orgoglio e vanto del paese. Cartello poi premurosamente rimosso quando si cominciò ad avere coscienza che la radioattività qualche danno alla salute avrebbe potuto procuralo. Negli anni a venire, con il grande sviluppo turistico, la fontana e la piazzetta verranno sacrificate per allargare la strada e per dare spazio a nuovi insediamenti abitativi. Dalla parte opposta il paese si allungava verso Pianfei dove la Sig.ra Dorini ci accoglieva nel suo negozio di alimentari e fin poco più giù terminando dalla casa dei Mulattieri dove, secondo la tradizione popolare, pernottò il generale francese Napoleone, “costruttore” della Via dei Cannoni, la strada che porta alla base del monte Alpet.

I Saviot da una parte e gli Odassi dall’altra erano già periferia estrema ne è testimonianza il Cimitero costruito distante dal paese ed oggi quasi al centro dello stesso. I diversivi non erano molti anzi nessuno, ad eccezione e solo alla sera, della televisione presso l’albergo Nazionale. Parpaiun che, oggi, ci tiene aggiornati e ci fornisce preziose notizie sulle manifestazioni non solo di San Giacomo ma di tutto il comprensorio non era neppure ipotizzabile. Non rimaneva quindi gran che per far passar il tempo se non la raccolta dei “bulè”, le interminabili partite di scopone, scala quaranta e, per i più grandicelli, il gioco degli scacchi o lunghe passeggiate. Una delle meno impegnative era quella a Montaldo passando attraverso un sentiero che iniziava nei pressi dell’attuale maneggio e, attraverso il bosco raggiungeva la periferia della nostra meta. A San Giacomo non esisteva il barbiere e noi maschietti approfittavamo della gita per il taglio dei capelli, rigorosamente solo il sabato pomeriggio dato che il lavoro primario di Giovanni era fare il contadino e impugnava forbici e rasoio solo in quel giorno. Fu durante una di queste passeggiate che mia madre conobbe madama Teresina una vispa signora di Montaldo, proprietaria di alcune galline, due o tre mucche e produceva un burro eccezionale. Tra le due donne si stabilì subito un rapporto di fiducia e di simpatia. Quando avevamo necessità di burro era sufficiente recarci al posto pubblico presso il Nazionale, telefonare al posto pubblico di Montaldo che gentilmente inoltrava la richiesta a madamin (così la chiamavamo) la quale poneva in un cesto di vimini quanto da noi richiesto: burro e/o uova che poi nascondeva in un’ansa del fresco ruscello che scorreva circa a metà strada tra San Giacomo e Montaldo poco lontano da Case Molineri dove Teresina era solita pascolare le mucche e dove noi andavamo poi a ritirarlo come concordato risparmiando così a noi e alla nostra fornitrice metà percorso. La voce ben presto si sparse tra i villeggianti e così altre famiglie univamo la loro richiesta alla nostra. Era anche questo un modo di sentirci amici e condividere la gioia delle vacanze. Al termine, pochi giorni prima del rientro ad Imperia, ci recavamo a saldare il debito, a salutare la cara Teresina dandoci appuntamento per l’anno successivo.

Ed ecco qui sotto la famosa fontana di acqua radioattiva orgoglio e vanto del paese