Il Comprensorio visto da voi

Sangiacomo in estate In questa sezione riportiamo le descrizioni del Comprensorio così come lo vedete voi oppure ricordi, racconti, avventure legate al territorio. Scritti che ci avete inviato oppure che abbiamo tratto dal forum. Per descrivere una zona non con le solite frasi condite di marketing ma utilizzando proprio le parole di chi questi posti li frequenta.

La storia siamo noi – Pra Robert
Carissimi amici di Parpaiun, alleghiamo un racconto di una gita che ci è capitato di fare a San Giacomo, questa estate. Lo ha scritto uno di noi in forma goliardica e così vorremmo rimanesse, perché l’impresa è stata tale solo perché non ci aspettavamo che lo fosse :-) .
Visto che siamo riusciti a riportare a casa noi stessi e le nostre bici, vi mando il racconto: se lo volete pubblicare, lo ri-leggeremo volentieri!
Un saluto
Riccardo (nel racconto, il D&G “griffato”).
p.s. un ringraziamento particolare, se credete, va a Marco del Rifugio la Maddalena, in quanto nostro consigliere e “suggeritore telefonico”

20 Agosto 2012

16 Luglio 1969: 4 intrepidi astronauti (Edwin, Aldrin, Jr., Armstrong e Collins) compirono un’impresa che rimase nella memoria storica dell’umanità sbarcando sulla luna.
20 Agosto 2012: la storia ci insegna che l’umanità ridefinisce continuamente i suoi limiti.
Alle 8 della mattina del 20 Agosto 2012 quattro tiepidi più che intrepidi personaggi si incontrarono alla partenza della strada sterrata che da San Giacomo di Roburent conduce alla ridente località di Vernagli, dove l’ospitalità del rifugio Maddalena li attendeva con caffè caldo e un’accogliente latrina per la prima tappa di quella che la storia ricorderà come l’indomita impresa ciclistica di Pra Robert.
Adeguatamente equipaggiati, i 4 pionieri della mountain bike, dopo aver ricevuto precise indicazioni sul tragitto da percorrere da Marco (gestore del rifugio) ripartirono a borracce piene.
L’audace e temerario team percorse i primi 6 chilometri tra discese e sali scendi con allegria e spensieratezza, solo un bivio dopo circa 4 chilometri fermò provvisoriamente la corsa dei 4 che colti da un atroce dubbio “dobbiamo andare dritti o girare?” dopo un rapido consulto collettivo trovarono conforto grazie ad un suggerimento telefonico del buon Marco.
Ma chi sono i 4 cicloamatori? A questo punto appare giustamente opportuno menzionare almeno i loro nomi e i loro principali tratti caratteristici. Non in ordine di importanza e nemmeno di età ma solo in ordine alfabetico il nucleo di maestranze ciclistiche era composto da: Antonio, Enrico, Fabrizio e Riccardo.
Quattro padri di famiglia, quattro operai della pedalata stagionale, quattro over 40 cultori della pancetta.
Antonio “Il Quieto”: una promessa del ciclismo degli anni ’80, ha imparato prima a pedalare che a gattonare, figlio d’arte, nel suo DNA ci sono tracce di pedali, catene, corone, sudore, fatica e tenacia, umile ma deciso sempre disposto a sacrificarsi per il gruppo;
Enrico “Robin”: personalità da leader, tecnologicamente attrezzato è anche il più allenato, un habituè della pedalata, la bicicletta per lui non è solo un mezzo di locomozione ma uno stile di vita. E’ colui che è rimasto più segnato dalla storica impresa, tanto segnato che da quel giorno porta tatuata sul polpaccio sinistro la corona anteriore della sua Trek;
Fabrizio “Skara”: dotato di un fisico possente in termini di chili più che di muscoli, è il Coppi del gruppo non in quanto ad abilità o prestazioni ma in quanto ad abbigliamento e naso, al pantaloncino ascellare bicolore abbina da sempre una maglietta in lana di capra degli anni ’60, gregario per definizione può considerarsi la voce del gruppo in quanto autore della presente narrazione;
Riccardo “Il Griffato”: il più atletico del gruppo, il Dolce& Gabbana della pedalata, non disdegna mai una dieta tra un bel piatto di salsiccia e qualche buon bicchiere di vino rosso, aereodinamico anche senza mettere il casco, accuratamente attrezzato ma mai abbastanza per i suoi gusti è il collante del gruppo.
La strada sterrata continuava a scorrere sotto le ruote tacchettate dei 4 audaci con sempre minor rapidità quando la salita cominciò a mostrarsi in tutta la sua lunghezza e pendenza. Pedalata dopo pedalata i polpacci degli atleti domenicali fornivano la necessaria spinta per procedere senza esitazioni verso la vetta.
Dopo i primi chilometri di salita il gruppo si divise: Enrico e Riccardo con furore presero il comando della spedizione, mentre Antonio e Fabrizio con un’andatura più modesta procedevano in coda.
A metà della salita Antonio cominciò ad avere le prime visioni mistiche da sellino: l’Arcangelo Gabriele e una schiera di angeli lo esortavano a non mollare annunciandogli che avrebbe partorito un figlio sulla vetta di Pra Robert. Fabrizio si abbandonò alla preghiera, cosa per lui assolutamente insolita, mentre i due a la téte du peleton in preda alla sindrome di schiacciamento da sellino e ad una euforia da sforzo prolungato intonavano con tonalità classiche delle voci bianche la canzone “sotto questo sole bello pedalare”.
Dopo i circa 10 chilometri di logorante ed interminabile salita sterrata pedalabile il gruppo si ricompattò su uno spiazzo dove furono scattate le prime foto e consumate le riserve idriche a disposizione.
Da quel punto la missione continuò a piedi, i quattro moschettieri del sellino spinsero con ammirevole dedizione le loro bikes sull’interminabile pratone di Pra Robert, a proteggerli dal sole rovente di agosto non c’erano più gli arbusti del bosco ma solo un cielo terso e una piacevole brezza di montagna, la canzone “sotto questo sole bello pedalare” tornò alla mente degli assettati e si tramutò in una sorta di invito ad esplorare una zona intima del corpo umano per il cantautore Baccini, artefice del testo.
La storia ci insegna che la sorte aiuta gli audaci: senza più acqua né cibo il gruppo procedeva la sua lenta marcia verso il crinale, ma ecco che ciò che in un primo momento apparve come un miraggio si rivelò invece un concreto sostegno e un tangibile segno di benevolenza divina. Prima del rifugio bruciato, uno dei punti di riferimento indicati dall’ispiratore della missione, una grossa vasca di cemento dotata di tubazione fece rianimare l’animo. Il primo fu l’Enrico a godere del refrigerante getto d’acqua poi gli altri ad uno ad uno si dissetarono a quella fonte bovina.
La marcia proseguì nuovamente a borracce piene sul crinale dove il secondo dono accolse l’insolita armata dissetata ma a corto di energie: una distesa di mirtilli provocò un’euforia collettiva, il più esausto del gruppo, Fabrizio, saltellava tra un cespuglio e l’altro con la fattezza di un cinghiale albino morso da una vipera cornuta, mentre gli altri membri con inusuale pacatezza si alimentavano delle bacche viola urinando tra un cespuglio e l’altro.
Il paesaggio offerto dal crinale era meraviglioso, intere vallate e sconfinate montagne verdi circondavano i 4 artisti del tubolare.
Arrivò dunque il tempo delle fotografie in vetta ma anche il momento più drammatico della storica esplorazione: il paesaggio infatti mostrava ai piedi del crinale un piccolo edificio e una strada sterrata raggiungibile con un modesto ulteriore sacrificio, mentre Antonio, disteso a terra nella rappresentazione di una fermata della Via Crucis, e Fabrizio apparivano propensi a scegliere quella via, il capobranco Enrico, dopo aver esposto la sua arringa, convinceva il ridente Riccardo (ridente per effetto del sole o di una emiparesi temporanea) ad andare ancora avanti sul crinale con il motto “Abbranca abbranca abbranca, Sol leon leon leon”. Fu solo dopo un breve parapiglia tra le diverse forze in gioco che il gruppo ritrovò la sua compattezza anche per merito della tecnologia messa in campo da Enrico e Riccardo: un GPS e un cellulare con cartina interattiva confermarono ai 4 predatori della Graziella “siamo qui!”.
Solo in seguito si seppe che la vera ambizione di Enrico era la scalata alla Punta Bausetti che la missione mancò solo per qualche centinaio di metri.
Arrivati in cima alla cresta a 1.826 mt di altitudine, al gruppo, nuovamente sprovvisto di riserve idriche e alimentari, non rimase altra scelta che affrontare una ripidissima discesa tra erba alta, pietre, insetti e rocce. L’ardito Fabrizio prese l’iniziativa e facendo da apripista si buttò a petto gonfio verso valle sfidando ogni tipo di pericolo, dal morso di una vipera alla puntura di una formica rossa incazzata.
Finalmente i 4 della ruota selvaggia tornarono in sella ritrovando la strada sterrata che portava in Valcasotto.
La discesa mostrò presto le sue insidie: polvere, freni roventi, mani doloranti e formicolanti, sbandate, l’avventura non era ancora finita anche se si cominciava a ritrovare l’entusiasmo.
L’acqua, sotto forma di un rigagnolo, tornò ad approvvigionare il nucleo di manigoldi della sgommata ed infine l’incontro con una coppia di pastori accampati in una roulotte vicino ad una piccola chiesa (mancavano solo il bue e l’asinello, nonché il Cristianello) confermò ai quattro il ritorno alla civiltà.
L’arrivo a Valcasotto fu quindi la successiva tappa, speranzosi di trovar conforto alimentare i 4 turisti per caso si trovarono di fronte alla scomoda realtà: il paese appariva come nella serie televisiva “I sopravvissuti”, deserto, e gli unici due punti di ristoro, un bar e un alimentari, risultavano tragicamente chiusi.

Avvilito e sconfortato il manipolo di uomini si sedette su di una panchina in preda a visioni culinarie di pappardelle al cinghiale e brasati al barolo. Ripresa la corsa, appena usciti dal paese il gruppo imbocco la strada sterrata che conduce a Serra. Il tragitto fu a quel punto quasi piacevole alla luce dell’ormai vicina meta.
Arrivati a Serra, dopo un ultimo time break i quattro diedero vita a quella che potremmo definire l’ultima volata, una specie di “Fuga per la vittoria”. Enrico fu il primo a partire fiducioso delle sua capacità atletiche, seguito da Riccardo e Antonio, Fabrizio l’ultimo.
Ma ecco che dopo aver passato la partenza della seggiovia per il Monte Alpet la salita tornava a presentarsi dinnanzi ai quattro.
Il buon sangue non mente mai e l’Antonio, amante della strada asfaltata, con poderose e persistenti pedalate prese la testa della corsa seguito da Enrico, Riccardo, in preda ad una crisi esistenziale, perse terreno e concesse a Fabrizio di salire sul gradino più basso del podio.
Non fu la vittoria di un singolo, ma il successo di un gruppo, l’unione di quattro cuori e la forza di quattro menti che permise di scrivere questa spero piacevole pagina della storia ciclistica del nostro paese.
Dopo quasi 6 ore e mezzo e dopo aver percorso circa 40 kilometri la missione si concluse con l’arrivo ai propri domicili estivi dei quattro moschettieri dello sprint, che rincuorati dal calore familiare, da una rigenerante doccia e da un bel piatto di carboidrati con lo sguardo al cielo, la faccia al vento e la gola al vino pensarono …. “La storia siamo noi”!!!

Come ho scoperto Sangiacomo di AprilJO
Fu un mio prozio a scoprire Sangiacomo, nel 1966…arrivò a casa e la prima volta che incontrò mia madre e mio padre, racconta la leggenda (io non ero ancora nata) che disse (rigorosamente in dialetto ligure):”ho trovato un posto vicino a Mondovì, ma bello, con tanto verde, bei boschi e un’acqua così buona…..”. E da lì, è iniziato tutto…per anni e anni eravamo così tanti, tra tra cugini di I e II grado, zii e prozii e vicini di casa e amici….che quasi non ci sembrava di essere lontani dalle nostre case abituali. Ci credete se vi dico che la mia prima casa (chiamarla così….) a SG era formata da 2 stanze: cucina e camera con bagno in comune con altre 2 famiglie (parenti)…e chiamarlo bagno….era lavandino e “logu”. Ma ci siamo divertiti come matti, non avevamo orari, giocavamo nei boschi, nel prato delle oche (quello che rimane del prato degli odassi), non so perchè lo chiamassimo così, come chiamavamo “il cucuzzolo” la collina dietro al cinema (quando hanno costruito lì i palazzi…..noi abbiamo pianto per giorni..). ed ora sono ancora qui, con 3 figli, un marito e 1 cane…anzi, devo andare a recuperare i figli a basket, così partiamo subito!

Come ho scoperto Sangiacomo di Prez61
Io ci sono capitato al seguito di mia moglie nel lontano 1987; lei c’era capitata per sbaglio (avevano perso la corriera per S.Gree a Mondovì) una decina di anni prima e allora erano venuti a Sangiacomo per vedere come fosse visto che un collega di mio suocero ne decantava tanto i pregi.
Però la cosa che deve far riflettere non è come ci siamo capitati, ma il fatto che dopo tanti anni ci veniamo ancora ci vengono i nostri figli; tutti noi facciamo o abbiamo fatto viaggi meravigliosi ed esotici, ma alla fine ricadiamo a Sangi…………..Meditate gente….meditate….

Come ho scoperto Sangiacomo di Paolap40
ho “incontrato” San Giacomo nel lontano 1972: era la mia prima settimana bianca, soggiornavo all’Uranio e presi le mie prime lezioni di sci sul Giardina, con il maestro Balbo.
Tornai fino al 1975, poi per motivi famigliari, abbandonammo.
Nel 1991, sposata da appena due anni, decidemmo di comprare un alloggio in montagna: erano anni con poca o addirittura senza neve e gli appartamenti costavano veramente poco. Dopo un breve “summit” fui io ad indicare San Giacomo: volevo un luogo da poter frequentare sia d’inverno che d’estate e poi avevo dei bei ricordi, anche se un po’ struggenti……
Così acquistammo, vicino alla cappelletta di San Salvatore: trovammo subito dei vicini favolosi, con cui si strinse amicizia. L’anno successivo a ottobre nacque Benedetta: a natale fece il suo primo viaggio ufficiale in quel di San Giacomo e da allora…..
Abbiamo cambiato casa, ora stiamo di fronte al prato degli Odassi, Benedetta ha seguito il suo tirocinio allo Sporting, una bellissima esperienza, che l’ha fatta crescere, rendere indipendente, maturare, che le ha consentito di avere tanti amici e soprattutto a noi genitori ha permesso di vederla crescere senza patemi, affrontare l’adolescenza serenamente.
Fatalità per Benedetta “Galeotta fu Sangiacomo e chi ve la portò”…..: da due anni infatti Benny è fidanzata con Gianluca, conosciuto da bambina sulle piste da sci, durante le lunghe sessioni di allenamento invernale: già, è il figlio del suo allenatore!!!!!
Insomma ormai siamo “quasi” residenti, lei forse più di noi!!!!

Come ho scoperto Sangiacomo di Mauric68
ho scoperto San Giacomo per merito di mia mooglie.
Allora era solo la mia ragazza e siamo venuti a sciare con degli amici colonizzando casa sua, quella dei suoi nonni e quella di un’altra amica.
La casa è a Sant’Anna. Da allora siamo venuti anche qualche volta d’estate. Poi a sciare ma solo qualche volta.
Dopo un po’ di anni e da sposati con un bambino in arrivo abbiamo scelto il fresco di San Giacomo per l’estate caldissima del 2003. Poi ci siamo comprati casa e da allora tutte le estati, tutti i capodanni, tutti i we che possiamo siamo su queste montagne.

Come ho scoperto Sangiacomo di StefanoGE
Io sono capitato a San Giacomo la prima volta nella prima metà degli anni ’70. Ero molto piccolo, avevo meno di 6 anni, e ci andai, ovviamente con i miei genitori, per un fine settimana sulla neve.
Di quell’eseperienza non ricordo praticamente nulla, solo che ero affacciato alla finestra dell’albergo (credo l’Uranio) e vedevo la nostra macchina posteggiata sotto.
Quando conobbi mia mogli tornai a San Giacomo, circa una decina di anni fa e da allora ci sono sempre tornato molto volentieri.
Cos’ha di speciale San Giacomo per me? La calma, la tranquillità, la pace. Tutte cose che in città è praticamente impossibile trovare. A San Giacomo ci sono! La vita li ha un altro ritmo, più umano, meno frenetico, meno stressante.
Bei boschi, sentieri mai troppo impegnativi chi ti portano lontano da tutto, immerso nella pace e nella tranquillità!
Il paese, con tutti i negozi dove trovare tutto quello che serve, dove mai nessuno ha fretta!

Racconto di una giornata sotto la neve: di Mauro
Finalmente è arrivata la tanto sospirata neve nuova.
Sabato, a inizio precipitazione, decidiamo ugualmente di andare a fare 2 passi.
La nostra meta é il Monte Alpet, lato Val Corsaglia.
E’ una tranquilla passeggiata, fattibile anche con visibilità scarsa.
Non scrivo maltempo, perchè per me quando nevica non è mai tempo brutto.
…Si parte dalla borgata di Prà di Roburent, e seguendo la strada forestale, si arriva ai casolari Manera, e da li si segue la costa, passando per i casolari Patelle e Roarin.

Si continua sempre per lo stesso pendio, si supera il lariceto dove questo è meno fitto, e da qui in breve si è in punta, all’arrivo degli impianti che salgono da Serra Pamparato.
Avete mai camminato in montagna o anche solo in campagna sotto una nevicata?
Quello che domina è il silenzio, e il bianco.
Tutto è tranquillo, perfino noi, passando di li, parliamo sottovoce, sembra quasi di non voler disturbare.
Guardo i casolari, ormai in stato di abbandono; sono costruzioni grandi, adatte a contenere famiglie numerose.
E allora immagino gruppi di bambini, in un inverno come questo, ma tanti anni fa, risalire gli stessi pendii che sto risalendo, trascinandosi dietro la lesa, una specie di slittone, costruito per poter portare giù il fieno dagli alpeggi.
Ma questo è un lavoro pesante, da grandi.

Li immagino arrancare, in gruppo di 9-10 bambini insieme, unendo le loro forze per poter salire, e poi, quando si era soddisfatti della salita, oppure semplicemente mancavano le forze, ci si saliva tutti quanti, e giù, lanciando urla di gioia.
Un po’ quello che facciamo noi, con i nostri sci, i nostri zaini, il nostro abbigliamento tecnico.
Saliamo con il desiderio di fare una bella discesa, la pregustiamo, ci guardiamo attorno cercando il pendio con la neve migliore.
E se per caso la discesa non era bella come ce l’aspettavamo, pazienza, almeno abbiamo mosso le gambe, respirato aria pura, e quando il tempo è buono, ci godiamo il sole e il panorama.
Continuo a salire, sempre nel silenzio ovattato che solo una nevicata può creare.
Allora la mia fantasia va a briglie sciolte.
Immagino sempre i bimbi di prima, ma in piena estate, a portare per gli stessi pendii le greggi e le mandrie al pascolo, e mentre le bestie brucano tranquille inventarsi 100 giochi diversi tra l’erba, passare la giornata al sole.
Li immagino in autunno, ad aiutare i genitori a raccogliere le castagne, a fare fascine e legna che serviranno a scaldarsi nel lungo inverno.
Immagino tanti bambini, che vivono e crescono qui, su questa costa di montagna, poveri, con poca istruzione magari, ma felici e spensierati, giocare con le poche cose che hanno, senza le paranoie che questa civiltà consumistica e pubblicitaria ci impone.
Lo so, scritto così sembra un bel raccontino, so benissimo, dai racconti di mio padre, che la vita sui monti era dura, che la pianura con le sue campagne fertili e le sue fabbriche assicuravano una vita migliore, e in fondo, tutti viviamo col desiderio di stare bene, e che vorrebbe far stare ancora meglio i propri figli.
Così le nostre montagne si sono svuotate.
Chissà, forse un giorno, spinti dalla necessità, torneranno a popolarsi.
Va bene cosi

Semplici ricordi di una famiglia comune – Dedicato a mio papà – Ersy
Sono confuso, non capisco se sono riuscito a dormire oppure no.
Adesso sono sveglio ma mi è difficile comprendere che ore sono. Ho passato una notte agitatissima perché la sorpresa che mi ha fatto papà è troppo bella : “…..domani andiamo a sciare a S. Giacomo”.
- Ma perché dormono ancora tutti?
- Ma quando arriva il momento di alzarsi?
- Che ore saranno?

Alzo gli occhi e guardo la finestra sopra il mio letto, ma mi accorgo che è ancora buio, gettandomi nello sconforto più totale perché vuol dire solamente una cosa : devo ancora aspettare !!!!!!.
Improvvisamente dei rumori rompono il silenzio e una luce si accende, illuminando debolmente la mia stanza attraverso i vetri smerigliati della porta.
“Evviva è la mamma che si è alzata prima di tutti per fare i preparativi.”
Arriva in camera e mi chiama con voce bassa, pensando di svegliarmi “ Buon giorno, è ora di alzarsi ….. ” ed io, che non aspettavo altro fin da ieri sera, salto dal letto come una molla guardandomi intorno per cercare i vestiti che trovo ordinatamente appoggiati sulla seggiola e pronti dalla sera prima : calzamaglia, pantaloni da sci di fustagno con sottopiede, calzettoni pesanti di lana, maglia a collo alto e maglione di lana spessa, fatti dalla nonna.
Controllo l’orologio che con le sue lancette fosforescenti indicano le cinque e mezza. Cavolo, è molto presto ma il viaggio è molto lungo.

Esco di camera e saluto papà che ormai è quasi pronto mentre il mio fratellino sta facendo colazione in cucina e la mamma, come sempre in queste occasioni, sta terminando i preparativi per il “vettovagliamento da viaggio”: il thermos con il caffè per loro, il thermos con il caffèlatte per noi e l’immancabile torta fatta in casa preparata la sera prima.
Papà mi dice di andare con lui a preparare la macchina e prendiamo le borse con gli scarponi e i vestiti di ricambio, perché sicuramente c’è ne sarà bisogno, visto che al momento non sono proprio un mago nello sci e quindi le cadute nella neve sono una abitudine che al momento non riesco ad eliminare: in fin dei conti ho solo 8 anni !!!!!
Lo slittino di legno, colore rosso fuoco, lo prende papà e servirà a mio fratello per fare qualche scivolata. Lui ancora non sa sciare, ha solamente 2 anni.

Arrivati nel parcheggio, trovo la nostra bellissima macchina appena comprata, una Fiat 600 colore panna, con i sedili in similpelle rossi che oggi mi porterà “lassù”, in un posto fatato e magico.
Papà fa gli ultimi controlli, verificando che le catene da neve siano al loro posto, insieme al fil di ferro e alle pinze, perché mi ha spiegato che le catene, una volta montate, si devono “tirare” ed è per questo che servono le pinze : “porca miseria quante cose sa il mio papà !!!!”
Dopo poco ci raggiunge anche la mamma e finalmente partiamo. A Sampierdarena prendiamo la camionale (papà la chiama così), mentre l’alba sta incominciando lentamente a fare capolino e mi appoggio allo schienale iniziando a guardare fuori dal finestrino.

Senza rendermi conto incomincio a fantasticare ad occhi aperti : “…..sono sulle piste vestito all’ultima moda e sto affrontando con semplicità quella più difficile, prendo qualunque tipo di skilift, come fossero il mio pane quotidiano e nessuno riesce a “starmi dietro” perché sono troppo bravo. Quando passo io, tutti i bambini mi guardano con invidia, sperando di diventare bravi quanto me e …………..e una voce mi riporta alla realtà, è papà, che mi sta dicendo: “Guarda chicco, il sole che sta nascendo” ed infatti una palla color arancione intenso sta lievitando dal mare: è bellissima e sembra quasi una magia.

Piano, piano ci avviciniamo alla meta che però è ancora distante. Superiamo il casello di Savona e quello di Altare che è “un casello strano“ perché all’inserviente, gli devi dire la tua destinazione, pagare in anticipo e conservare un piccolo foglietto che dobbiamo riconsegnare all’uscita. Papà si confonde spesso o fa finta e per ricordarsi il nome giusto del casello di uscita, ha creato un piccolo trucco. “Come si chiama il piccolo della pecora?” – e io devo rispondere “agnello” che magicamente per assonanza, lo si fa diventare Niella.
Ad Altare ci fermiamo nella piccola stazione di servizio a fare benzina e “pipì”. La mamma apre la borsa magica, da cui escono i thermos e la torta e facciamo una piccola “pausa” , soprattutto per papà che non è abituato a guidare per così tanto tempo.
Alla fine riprendiamo il cammino e all’orizzonte si intravedono le montagne coperte di neve e anche la pianura ha una spolverata di bianco. Inizio a fremere perché vorrei fermarmi a toccarla e giocarci ; non so come spiegarlo ma la neve mi dà una sensazione di gioia indescrivibile e più di una volta mi sono chiesto se sono nato nella città sbagliata: il mare mi piace, mi diverte, ma mai quanto la montagna !!!!!!

Lentamente ed arrancando con fatica, la nostra “macchinina” affronta la salita, tornante dopo tornante, quasi sbuffando ma in modo continuo ed inarrestabile; in alcune curve papà non riesce a fare bene “la doppietta“(non so cosa vuol dire ma si dice così) e così “la marcia gratta ”: deve fare ancora un po’ di pratica e prenderci ancora confidenza!!!!
Superiamo Torre, poi Montaldo, a seguire S.Anna ed infine dietro ad una curva, arriviamo finalmente in paese. Papà posteggia la macchina subito dopo il Giardina a fianco delle ultime vecchie case ubicate prima della collina degli Odassi. Scendo velocemente e mi guardo intorno, riconoscendo i piloni argentati dello skilift e poco lontano, le grosse ruote della manovia che stanno già trasportando lentamente e pigramente le persone.
Aiuto papà e mamma a scaricare la macchina, portando tutto l’armamentario dove abbiamo deciso di fare “base” e lo faccio velocemente, con ansia, perché adesso è il momento più importante, devo andare ad affittare gli sci !!!!!!

Papà mi prende per mano e ci avviamo al negozio che si trova più o meno a metà della via principale e poco prima del piccolo negozio di alimentari VeGè.
Una volta entrati ci fanno vedere gli sci a disposizione che non sono certo dell’ultima generazione ma va bene lo stesso, mi accontento e poi papà mi ha promesso che quando saprò sciare un pochino meglio, me li compra.
Esco dal negozio tutto fiero e baldanzoso perché adesso sulle mie spalle sono appoggiati un bellissimo paio di sci e, anche se faccio fatica a tenerli fermi per la poca dimestichezza, cerco di darmi un tono da esperto della situazione. Durante il cammino papà inizia a darmi le raccomandazioni : “…..ricordati, attento a non incrociare le punte e non andare indietro con il corpo; usa bene le racchette e non ti arrabbiare come hai fatto l’ultima volta ……. vedrai che piano, piano anche tu potrai prendere lo skilift ……………”.
Mentre la mamma e il fratellino hanno fatto “base”in una zona alta “della manovia”, io e papà prendiamo possesso della nostra “pista”, anche se a dire il vero chiamarla pista è leggermente esagerato: è un largo pendio con alcuni piccoli alberi nel mezzo e si sviluppa sulla collinetta degli Odassi. La neve naturalmente non è battuta e non esiste impianto di risalita, ma per me va bene così.
Il mio skilift è Papà e sarà lui a trainarmi sino in cima ed infatti così facciamo : una volta arrivato, mollo tutto e nel tentativo di girarmi per iniziare la discesa, mi sembra di essere sulle uova tanto mi sento poco in equilibrio.
Papà nel frattempo mi precede e si posiziona a metà, dandomi di nuovo le raccomandazioni di prima : parto, faccio pochi metri, provo a fare una curva con tante difficoltà e riesco nell’impresa, scivolo verso il basso anche se la neve non battuta oppone resistenza, mi preparo e faccio l’altra curva e così via : in fin dei conti pensavo peggio, perché è passato un po’ di tempo dall’ultima volta e avevo timore di non ricordarmi più. Piano, piano arrivo in fondo, cadendo un paio di volte ed alla fine della discesa, c’è papà che mi aspetta, mi fa i complimenti, mi prende la racchetta e ricomincia a trainarmi verso la cima. Io tutto contento e gasato sono al settimo cielo e non vedo l’ora di essere nuovamente in cima ma poi mi accorgo che, anche se non lo fa vedere, papà deve fare una fatica “boia” primo, perché la salita è ripida e secondo perché io non sono proprio una piuma. Mentre mi traina “sbuffa e soffia” e guardandolo da dietro con il suo buffo cappello sulla testa e la sua tenuta da sci dell’anteguerra (nel vero senso della parola), penso a tutti i sacrifici che sta facendo per portarmi a sciare. La domenica è il suo unico giorno di riposo e anziché starsene a casa in panciolle, eccolo qua che sta facendo “lo skilift” tutto per me, senza lamentarsi minimamente e con il sorriso sul volto.

La mattinata passa velocemente, forse troppo, e ad un certo momento la mamma ci chiama per il pranzo. Mi tolgo gli sci e ci avviamo verso la pista della manovia. Mio fratello sta letteralmente sguazzando nella neve e la mamma mi tasta per vedere se sono bagnato ma i pantaloni di fustagno più la calzamaglia hanno fatto il loro dovere. Discorso diverso per le calze perché gli scarponi di cuoio con le stringhe non sono proprio ermetici. Mi cambio e sono pronto a divorare qualunque cosa ci sia di commestibile.
Nuovamente la borsa magica si riapre e dalla sua enorme bocca compaiono panini, torta Pasqualina e l’immancabile polpettone più naturalmente vari beveraggi per noi bimbi e per mamma e papà.
Il tempo passa velocemente e tra una scivolata con lo slittino, qualche palla di neve e nuove discese nella “mia” pista, il pomeriggio avanza ed è ormai ora di fare rientro a Genova.
Prima di partire però si decide di andare al bar a prendere una cioccolata calda : è proprio una grande giornata oggi, mamma mia che bello, non succede mica tutti i giorni sedersi al tavolino ! Roba da signori!!!!
Poco dopo ci avviamo a malincuore verso la macchina perché oramai il rientro è inevitabile e uscendo dal bar incontro persone che stanno ritornando a casa o in albergo : accidenti come le invidio, anch’io vorrei fare lo stesso ed essere qua domattina per poter sciare ancora.
Quando diventerò grande !!!!!!!…………..
Nella penombra del pomeriggio inoltrato, la macchinina riprende il suo cammino e mi sento stanco ma tanto felice. Siamo oramai in autostrada, il mio fratellino si è sdraiato sul sedile e dorme sereno mentre un serpentone di luci ci sta venendo incontro : sono le macchine che vanno in senso contrario al nostro. Guardo papà che vedo molto concentrato alla guida, il viso è molto vicino al volante e ogni tanto con un panno, pulisce il vetro che si appanna di continuo. Il riverbero gli sta dando molto fastidio e probabilmente è anche stanco.
Continuo a guardarlo rendendomi conto di essere un bambino molto fortunato ad avere un papà così : promesso che quando sarò grande sarò io a portarlo in montagna, guiderò io la macchina e ci divertiremo un mondo. Comprerò una casa e lo porterò nei posti più belli pensando a tutto io ……… promesso ………. Sarà proprio così.

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Consiglio da un vecchietto..
Quest’inverno se siete in montagna, spegnete i cellulari, se avete preso impegni con amici rimandateli, disconnettetevi da facebook e spegnete il computer, alla fidanzata dite che avete altro da fare e andate da vostro papà e ditegli “Domani non ho nessun impegno ci facciamo una sciata insieme?”
E se qualcuno si continua a ripetere “purtroppo sono incasinato e con lui lo faccio la prossima volta” fermatevi e fatelo subito, perché sapete bene che state mentendo a voi stessi accampando scuse che in qualche modo “lavino” la vostra coscienza.
La vita ci riserva tante belle cose ma anche dolori insormontabili che in alcuni casi sono come fulmini che si abbattono su di noi, lasciandoci storditi, attoniti e incapaci di comprenderne il significato. Ed in questi momenti devastanti la cosa peggiore che possa succedere, è la cruda consapevolezza (che ti colpisce come un pugno nello stomaco lasciandoti a boccheggiare alla ricerca di aria), che forse alcune cose potevano essere fatte ma che aimè sono rimaste incompiute o che non si è riusciti a farne abbastanza proprio perché, per un motivo od un altro, si è sempre “incasinati”. Ma tenete presente che in quel momento, qualcuno ha deciso di chiudere la partita e che purtroppo non esistono tempi di recupero : stop, fine, fischio finale e tutti negli spogliatoi.
Date ascolto ad uno scemo e per di più rimbambito.
Ersy, novembre 2010

Non venite a S.Giacomo

A tutti voi, amanti della montagna e dello sci, frequentatori delle zone più “modaiole” del comprensorio, dopo molto ragionare per cercare di capire quali possano essere le principali mancanze della nostra piccolissima stazione sciistica, mi sono dovuto arrendere all’evidenza e quasi recitando un “mea culpa” ,vi dico che :

Non venite a S. Giacomo………., perché da noi non avrete la possibilità di gustare ed assaporare quel dolce senso di ansia, quel sottile nervosismo che lentamente e con il passare del tempo cresce sfociando in una rabbia incontrollata, mentre state cercando un piccolissimo, uno strettissimo, un luridissimo, un fottutissimo parcheggio.

Noi a San Giacomo purtroppo arriviamo “posteggiati” già da casa.

Non venite a S. Giacomo………., perché da noi non potete, una volta scesi dalla macchina, vestiti di tutto punto, con gli scarponi perfettamente allacciati che impediscono i movimenti più elementari, un numero non ben precisato di sci sulle spalle, vari seggiolini per la famiglia e le maledette racchette che sembrano avere vita propria scappando in tutte le direzioni fuorché rimanere nelle mani, vi accorgete contenti che vi state apprestando a fare un adeguato riscaldamento di presciistica, dovendo percorrere alcuni miseri e pochi chilometri prima di arrivare alla biglietteria.

A San Giacomo, purtroppo non pratichiamo attività di presciistica perché abbiamo sempre un parcheggio che ci aspetta vicino agli impianti.

Non venite a S. Giacomo………., perché non possiamo assicurarvi che, finalmente arrivati alle biglietterie perfettamente riscaldati e con una piccolissima quantità di adrenalina accumulata (importantissima perché fa molto bene prima di sciare rendendo reattivi al massimo),con le tempie che pulsano all’impazzata e non sapendo più dove è finita la famiglia, vi accorgete che non avete pensato a contattare la banca e “richiedere” un mutuo per il giornaliero che dovete comprare.

A San Giacomo purtroppo è sufficiente avere 20 miseri “euri” nelle tasche.

Non venite a S.Giacomo,……….perché finalmente accomodati in seggiovia, forse accaldati e leggermente stanchi ma paghi della bellissima giornata che vi aspetta e mentre vi state gustando il meritato panorama che vi circonda, udite finalmente quel bellissimo suono, quel soave rumore, quel rimbombo assordante, quasi fosse una cannonata, che stavate cercando e che vi raggiunge e accompagna per tutta la giornata : la dolce e melodiosa musica tekno che fuoriesce dagli altoparlanti degli impianti di risalita.

A S.Giacomo abbiamo solamente il leggero e fastidioso cigolio, provocato dalle ruote che trascinano lentamente la fune, che ci permette di assaporare il paesaggio e di godere di quel silenzio che solo la montagna sa regalare, magari parlando e scherzando finalmente con i ns. figli.

Non venite a S.Giacomo,………. perché da noi non possiamo regalarvi quella bellissima sensazione di impotenza, quel senso di farfalle nello stomaco, quelle imprecazioni di godimento quando finalmente, sci ai piedi e pronti ad affrontare tutte le agognate piste, vi accorgete che per prendere il primo impianto servono come minimo 45 minuti di attesa.

A S.Giacomo per nostra sfortuna, siamo costretti a prendere al volo “gli skilift” con notevole rischio personale mentre per la seggiovia ci stiamo organizzando, in quanto il cancelletto e il pilone alla partenza, ci pongono dei seri problemi. Sembra comunque che alcuni audaci, sfidando i severi controlli dei gestori, ci siano riusciti ma in tutta onestà siamo nel campo delle “leggende metropolitane”.

Non venite a S.Giacomo,………. perché da noi non potete vivere quella esaltante impressione che provate guardando il paesaggio illuminato a giorno da un numero non ben precisato di Watt, affacciandovi da casa alle undici di sera e pensando di essere stati catapultati al centro di uno stadio o in mezzo ad un parcheggio di un centro commerciale.

A S.Giacomo possiamo solamente, dopo una serata passata con gli amici al bar, davanti ad un camino scoppiettante e accompagnati da una grappa, uscire dal locale, alzare gli occhi al cielo e vedere le innumerevoli stelle che stanno sopra le nostre teste e capire quanto sia grande quello che ci circonda.

Sicuramente il ns. piccolo comprensorio non può e non potrà mai competere con “i forti” anche se sta facendo di tutto per rimanere al passo con le altre realtà rinnovandosi continuamente, per quello che gli è possibile, cercando però di non prevaricare la natura e soprattutto la montagna perché è fondamentale che essa deve essere vissuta in un certo modo e adeguandosi alle sue necessità ed ai suoi ritmi.
Tutto il resto è assolutamente “forzatura” e l’unica cosa che mi dispiace, non è il fatto che qualcuno possa preferire un’altra località piuttosto che S. Giacomo (anche se consiglio a tutti di provare almeno una volta) ma, lasciatemi la presunzione di affermare, che molte persone non si godono appieno quello che la vera montagna può offrire, perché “abbagliati” da un sistema che riesce a nascondere la vera essenza di essa.
Forse in un domani speriamo lontano, S.Giacomo non esisterà più come stazione sciistica perché è indubbio che “la lotta è dura “ e le “mode” sono devastanti. Se così fosse, vi posso però assicurare, che il mio piccolo comprensorio, mi ha dato la possibilità di conoscere e soprattutto di vivere la montagna al meglio conoscendone i più intimi segreti.
Voi potete dire lo stesso? Mi auguro per voi di sì.

(Ersy – giugno 2009)
Veduta da Alpet

Salve a tutti. Sono di Genova e ho qualche anno sulle spalle. Frequento S. Giacomo da diverso tempo e, per dare qualche indicazione più precisa, faccio parte di quelli che hanno avuto l’onore di sciare nella pista della manovia. Erano gli anni 60 o giù di lì e si veniva a S. Giacomo solo alla domenica, perché le possibilità erano quelle. Erano gli anni delle famiglie che avevano comprato le prime automobili ed incominciavano ad assaporare un po’ di consumismo. La nostra macchina era la mitica FIAT 600 e si partiva molto presto verso le sei e, se tutto filava liscio, si arrivava a destinazione in mattinata inoltrata.
Gli scarponi, colmi di calzettoni di lana spessa, erano di cuoio e non esisteva il problema della chiusura a “quattro o cinque attacchi” perché la chiusura era molto semplice: con le stringhe. Gli sci si affittavano nel piccolo negozio di merceria che era ubicato a fianco del panificio Sarak e ricordo ancora i proprietari (mi pare due fratelli) seduti davanti al negozio a prendere il sole con regolare abbronzatura da far invidia.
Ricordo l’albergo Nazionale con i suoi terrazzini di ferro a sbalzo sulla strada, la facciata colorata di bianco e gli infissi di legno tradizionali provvisti di regolari spifferi e vicino all’albergo esisteva ancora la strettoia formata dalla vecchia casa e la chiesa.
Si andava a mangiare al Bellavista che si poteva raggiungere dal Giardina sci ai piedi, percorrendo la vecchia stradina interna (oggi asfaltata ed ampia) che partiva più o meno dal cinema.
Non esistevano i gonfiabili e anche se fossero esistiti, non avrebbero riscosso un grande successo perché per noi era sicuramente più interessante e divertente poter fare una sciata o assaporare una divertente scivolata con gli slittini ( regolarmente di legno).
Insomma “un vecchietto” che però è ancora innamorato di questi luoghi e che continua a frequentare con la sua famiglia sia d’estate che d’inverno, con lo stesso entusiasmo di quando era bambino.
Ogni volta che gli impegni lo permettono, corro sù soprattutto per “disintossicarmi” da tutti gli stress accumulati in settimana dalla vita di città e le sensazioni che provo ogni volta che arrivo, sono sempre le stesse e affascinanti. A S. Giacomo trovo il silenzio che riesco ad “ascoltare”, a S. Giacomo trovo la pace e la tranquillità “che profumano” e che respiro a pieni polmoni, a S. Giacomo trovo colori che riesco quasi a “toccare”, a S. Giacomo trovo la serenità che oramai abbiamo perso nel ns. vivere quotidiano.
Ed è per tutti questi motivi che dopo anni di frequentazione “passiva” del sito, ho deciso di iscrivermi a questa comunità per cercare di dare, nel mio piccolo e con le mie poche risorse, un contributo al paese ed al comprensorio, per cercare di farlo continuare a prosperare.
S. Giacomo ha dato e sta dando ancora molto al sottoscritto ed alla sua famiglia, senza mai chiedere nulla in cambio ed è arrivato il momento che i favori ricevuti in tutti questi anni, siano restituiti “ad un vecchio e grande amico”.
(Ersy marzo 2009)